Per Francesco, un ricordo

António Homem
Sonnabend Collection Foundation

Venezia è sempre stato un posto speciale per Michael e Ileana. Michael vi aveva vissuto da giovane, negli anni Venti, per imparare l’italiano in modo da poter leggere Dante in originale, mentre Ileana serbava ricordi d’infanzia delle estati passate al Lido con i suoi genitori.

Quando Robert Rauschenberg vinse il Gran Premio alla Biennale di Venezia nel 1964, Ileana, quasi per gioco, aveva visto alcune case a Venezia, senza essere sicura di volerne affittare una. Aveva visto un appartamento nella calle che parte da Campo San Maurizio, in Palazzo Da Ponte, e le era piaciuto, anche perché le piaceva il legame con Lorenzo Da Ponte, amico di Casanova, nonché autore dei libretti per Mozart prima di terminare la sua vita a New York. L’appartamento stava per essere restaurato e i proprietari, le Assicurazioni Generali, presero nota delle proposte di Ileana per la ristrutturazione. Quando, un anno dopo, rivide l’appartamento pronto per essere abitato, non poté resistere e lo prese in affitto. Eravamo soliti trascorrere tutte le vacanze lì, Natale, Pasqua e l’estate. In quel luogo conducevamo una vita pigra, come in un villaggio, e passavamo gran parte della giornata seduti all’aperto presso il caffè Paolin in Campo Santo Stefano, a guardare la gente che passava e i bambini che giocavano, a leggere i giornali e a parlare. Era la nostra casa lontano dalla galleria, adoravamo la combinazione di monotonia e cosmopolitismo e incontravamo spesso amici e conoscenze da tutto il mondo.

In quel luogo conducevamo una vita pigra, come in un villaggio, e passavamo gran parte della giornata seduti all’aperto, a guardare la gente che passava e i bambini che giocavano, a leggere i giornali e a parlare.

I nostri unici amici a Venezia erano Gabriella e Attilio Codognato, che condividevano i nostri interessi. Col tempo abbiamo conosciuto alcuni loro amici come Barbara e Tonci Foscari – che tennero nella loro villa palladiana a Malcontenta, luogo tra i più belli nel mondo, un’indimenticabile festa per l’apertura della mostra di Rauschenberg a Ca’ Pesaro nel 1975 – e, più tardi, Chiara e Francesco Carraro. Di solito vedevamo Francesco da Paolin prima di conoscerlo, era difficile non vederlo. Alto e massiccio, aveva l’aspetto monumentale di un condottiero a cavallo. Somigliava al ritratto del cardinale Francesco Gonzaga realizzato da Mantegna e conservato a Capodimonte. In estate indossava abiti di lino bianchi con calze e cravatte di stravaganti colori. Sembrava arrogante e non eravamo sicuri di trovarlo “simpatico”. Conoscendolo meglio abbiamo scoperto che questo atteggiamento era in realtà solo una corazza, un’armatura, come quella di un condottiero. Era estremamente intelligente e colto e aveva un meraviglioso senso dell’umorismo. Era evidente quanto amasse le donne e quanta tenerezza provasse per loro, giovani o anziane. Verso Ileana manteneva le attenzioni e l’atteggiamento flirty, civettuolo, del nipote prediletto verso una sua anziana zia.

Abbiamo provato tutti una profonda e immediata simpatia per lui ed era chiaro che parlavamo tutti la stessa lingua. La sua vita è stata plasmata dalla sua passione per l’arte e Francesco intraprendeva dei viaggi unicamente per vedere una mostra o anche solo un lavoro singolo. Durante un viaggio a New York, aveva trascorso tutte le sue giornate al Met, guardando esclusivamente vasi greci.

I suoi interessi musicali erano altrettanto forti. Era stato responsabile per le produzioni di musica contemporanea della Biennale diVenezia e aveva un legame di grande amicizia e stima reciproca con Robert Craft, amico e collaboratore di Igor Stravinskij. Alla fine degli anni Settanta gli abbiamo presentato uno stravagante giovane artista e musicista americano dallo stravagante nome di Charlemagne Palestine, autore di una composizione da eseguire con le campane delle chiese veneziane. Francesco si adoperò per renderla realizzabile. Era molto preparato sulle arti decorative, gli antichi maestri, l’arte contemporanea, e affrontava tutti questi soggetti in un modo molto personale.

Come noi, anche Francesco ha collezionato senza avere uno spazio dove vivere con le sue raccolte. La sua mente era il palco in cui le esponeva. Solo negli anni Novanta ha preso un appartamento a Palazzo Gritti in Campo Sant’Angelo, luogo in cui le sue collezioni hanno cominciato a unirsi come le tessere di un mosaico. Ha commissionato vetrine per le sue raccolte e in breve tempo dipinti, sculture, fotografie, oggetti, libri e mobili hanno formato intorno a lui un nido che era un prolungamento di se stesso, un ritratto dei suoi pensieri, dei suoi piaceri, delle sue passioni.

Curzio Malaparte ha chiamato la propria casa a Capri “casa come me”, Mario Praz ha soprannominato invece la sua residenza la “casa della vita”, quella di Francesco era entrambe le cose, autoritratto e autobiografia. Una mattina presto da Paolin ci siamo intrattenuti in una lunga conversazione e Francesco parlava dei lavori di Romanino nella cattedrale di Cremona e degli affreschi della chiesa di Galatina. Dopo essersi allontanato, una delle due vecchie signore sedute accanto a noi in campo mi disse: «Che conversazione interessante avete avuto, voi e il vostro amico! L’abbiamo molto apprezzata!». Sono felice che adesso dopo la sua scomparsa, ogni visitatore di Ca’ Pesaro possa sentire la conversazione di Francesco che va avanti ininterrotta.

António Homem