Ad ogni vacua verbosità preferiva l’evidente materialità dell’oggetto e la sua bellezza autosufficiente, preferiva il possesso e l’esercizio arbitrario dello stesso, preferiva il lusso del contatto fisico con le cose, preferiva il fasto della quotazione. Erano le sue opere ad abitare la casa, tendendo a escludere una qualsiasi presenza umana, a parte quella del collezionista stesso, del quale la collezione temeva l’arbitrio, i capricci e la volontà di potenza; le opere temevano infatti di essere vendute, di finire in un deposito, di essere sostituite da altre giudicate migliori, di essere spostate in luoghi meno prestigiosi della casa, temevano di essere scambiate o infine semplicemente dimenticate. Erano le cose, non la superflua presenza umana, a vivere questa realtà materiale di eccellenza, a vivere una vita silente, minerale dove le persone, come presenze invadenti andavano a disturbare, loro malgrado, il silenzioso dialogo tra cose, immagini, materiali, colori e trasparenze.
Francesco, soggetto e oggetto da collezione a sua volta per la ricercatissima attenzione posta nel modo di vestire, amava vivere tra i suoi simili, raggruppati e ordinati in famiglie nelle quali scambiarsi colori e trasparenze, visioni e posture, sguardi luminosi e bagliori, in quel mondo a parte, in quel cerchio magico, in quell’hortus conclusus protetto della – e dalla – collezione.